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Il VIC nella costruzione e perdita dell’Identità

Il trauma si manifesta nel corpo.

La perdita di una funzione, una malattia, o eventi traumatici della vita (cambi di ruolo in famiglia, al lavoro, di cultura) inducono a importanti trasformazioni dell’identità vissuta, spesso con drammaticità.

E’ una reazione istintiva e inconscia, che se rimane incapsulata nella mente, senza essere stata elaborata completamente, continua ad influenzare il network psiconeuroendocrinoimmunologico. Non è il cervello, ma è l’origine dei significati che il cervello attribuisce agli stimoli che influenza il sistema di regolazione.

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L’uso dell’immaginario, il disegno e l’espressione artistica in terapia consentono l’attivazione di uno spazio-ponte tra mente e corpo, tra sfera somatica e mondo psichico, particolarmente utile nei casi di carenza di funzione simbolica.

Questo articolo illustra il potere dell’immaginario simbolico:

  • nell’accedere ai “nuclei traumatici”;
  • nel condividere la sofferenza inespressa;
  • nel liberare il flusso di emozioni;
  • nello sfruttare e conoscere il ruolo del Vissuto Immaginativo Catatimico nei processi di cura e nelle situazioni di crisi e di perdita di identità.

L’utilizzo del linguaggio simbolico – metaforico in terapia.

La metodologia espressiva consente una trasposizione della rinascita dentro una tecnica immaginativa che apre a nuovi significati del cambiamento e a possibili trasformazioni dell’identità in essere.

Si creano delle regressioni ma anche nuovi spazi di possibilità, delle visioni del futuro e lo sviluppo di risorse interne. Le tecniche immaginative utilizzate, grazie all’uso dei simboli, agganciano il “dramma della disintegrazione e della reintegrazione dell’universo”. Lo proiettano in uno spazio potenziale, il teatro della mente, un luogo protetto in cui si possono incontrare aspetti di sofferenza e di dolore relativi alla perdita.

L’elaborazione terapeutica con il VIC partecipa nella costruzione e perdita dell’Identità; tanto che – nel gioco di scambio di simboli e metafore –  ha la facoltà di aprire un’abbondanza di possibilità.

Accompagnamento terapeutico e processi di autoguarigione.

È risaputo che le cure tradizionali hanno un impatto stressante sia a livello fisico che psichico. Certi trattamenti, come ad esempio in campo oncologico, possono indurre in certi casi complicanze in grado di aggravare il decorso della malattia: pertanto l’ipotesi di un accompagnamento terapeutico viene ritenuto non solo sensato ma necessario.

Nell’accompagnamento delle malattie croniche o acute, che comportano delle conseguenze nello stile di vita della persona, le tecniche immaginative giocano un ruolo assai importante.

Le esperienze fisiche comportano l’attivazione di sentimenti di angoscia e di paura, non facilmente esprimibili a parole, ma che è possibile elaborare efficacemente attraverso strategie, temi e immagini simboliche.

L’uso dell’immaginazione, sia in un setting individuale che di gruppo, consente di accedere velocemente alla ricerca di soluzioni creative che portano alla rielaborazione adattiva del disagio psicoemozionale. Le immagini proposte, lo speciale “stile di accompagnamento” e l’espressione artistica attraverso il disegno hanno lo scopo di facilitare la ricerca del sentiero di cura e di attivare i processi di autoguarigione interiore, nonché favorire l’accettazione del cambiamento e della trasformazione.

La perdita dell’immagine di sé, la difficoltà di comunicazione correlata alla morbosità della malattia si depositano nelle immagini e questa scarica energetica alleggerisce il livello di stress migliorando il decorso della malattia.

La costruzione di “immagini benefiche” aumenta il senso di autoefficacia, regola il tono dell’umore e combatte il “senso di impotenza” che le difficili sfide della vita (lutti, distacchi, separazioni) comportano.

Oltre alla possibilità di confronto e di dialogo il VIC ha la funzione di rituale nell’accompagnare il paziente nel percorso pieno di paure, infondere forza e consolazione dove la speranza si è affievolita a causa delle inevitabili perdite.

La forza della natura.

Le “tradizioni religiose” con i loro rituali e immagini “salvifiche” sono ormai estranee alla nostra cultura.

Eppure la natura “come oggetto buono” fornisce immagini di forza e trasformazione e sono quindi di facile accesso, ben accettate e tollerate.

Grazie a questi semplici temi simbolici di natura, fiore, prato, albero, ruscello, l’inconscio creativo lascia affiorare aspetti della personalità in modo che la persona riconoscendoli può accettarli, cambiarli e trasformarli.

Un caso clinico.

Piera 34 anni, giovane donna, arriva in terapia perché le cose con il marito non stanno andando bene. Sta pensando a separarsi, ma si sente in dovere di assistere lui che minaccia il suicidio se lei dovesse lasciarlo.

Si sente in colpa, teme di lasciare la casa dove ora i due vivono. I genitori sembrano non comprendere il bisogno di sostegno e di libertà della figlia, così a Piera non resta che isolarsi, far finta di nulla, e spesso esagerare con gli “aperitivi” per anestetizzare il senso di vuoto.

Dopo i primi colloqui emerge che la situazione attuale, di sentirsi sola, riattiva le prime esperienze di distacco traumatico all’epoca dell’asilo, quando la mamma dovendo lavorare l’affidava alla nonna “depressa”. Dice Piera: «…mi rendo conto che ero io ad occuparmi di lei anziché essere lei a rassicurarmi, giocare con me. Era come se fossi sola».

Inizio a lavorare con l’immaginazione. La seduta successiva porta i due disegni che ha fatto: in un uno disegna un bel prato dove c’è una chioccia con i pulcini («proprio come mi sento io, fragile, bisognosa e dipendente, dovrei prendermi cura di lui ma anch’io ho bisogno»), ma poco più distante c’è una cane e anche un cavallo dentro il recinto (la zona di confort dove Piera si sente al sicuro) che guarda fuori.

Nel secondo disegno rappresenta un’altra scena, di lei che dopo essere salita in groppa al cavallo va verso la montagna (i suoi obiettivi, le sue aspirazioni). Lungo il sentiero incontra, una fata, una figura femminile positiva (che associa alla terapeuta), che ha uno sguardo fiducioso e le suggerisce di andare avanti.

Piera osserva incredula la sua opera pittorica, un bel prato che suscita serenità e fiducia, si diverte a imitare il movimento di apertura delle ali dei pulcini che si muovono a “zig-zag”, «si allontanano e poi ritornano vicino alla chioccia».

Qualche settimana più tardi comunica al marito la decisione di uscire di casa, provare a stare un po’ per conto suo. Più avanti si esprimerà così: «…non ho fatto ora a rappresentare la mia autonomia che sono iniziati diversi cambiamenti nella mia vita». Da quel momento, infatti, Piera ha affrontato tutta una serie di situazioni di vita dando dimostrazione di riuscire a costruire la sua autonomia con una determinazione che non pensava di avere.

Un vero viaggio, in cui ha ritrovato la capacità di fare delle scelte da sola senza “allarmarsi” perché la famiglia e il compagno, da cui poi si è separata, non potevano sostenerla come si sarebbe aspettata.

Perché l’immaginazione in terapia?

Poter condensare in un’immagine l’essenza di un conflitto, lasciar affiorare un trauma nello spazio simbolico, dove presente passato e futuro si intersecano a livello del mondo fantasmatico interno che presiede i più evoluti processi di simbolizzazione.

Uno strumento utile anche per la creatività del terapeuta per trasformare il percorso terapeutico in un viaggio ricco di colpi di scena che stemperano i misteri della vita.

Per sperimentare il metodo VIC o inserirlo all’interno del tuo bagaglio professionale di terapeuta, scrivimi.


Questo articolo è stato realizzato a seguito del convegno “Identity agonies – Agonie dell’identità”. Gli atti del convegno sono interamente disponibili a questo link.

 

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