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L’Occhio di Horus: simbolo di rinascita

L’Occhio di Horus (noto anche come occhio di Ra) è il simbolo che identifica il Vissuto Immaginativo Catatimico.

Scelto da tutte le associazioni europee, che promuovono il metodo ideato del dott. Hanscarl Leuner, è un geroglifico egiziano che assomiglia a un occhio umano con la fronte e una linea di eyeliner che si estende all’esterno. La parte inferiore rappresenta un piumaggio stilizzato di uccelli, per richiamare le fattezze di falco attribuite al dio.

Untitled design

 

Utilizzato nell’antichità come emblema di regalità e amuleto per la protezione dei defunti, l’Occhio di Horus era un simbolo dell’indistruttibilità che favorisce la rinascita, tanto da essere stato ritrovato anche sotto il dodicesimo strato di bende che avvolgevano la mummia di Tutankhamon.

Simbolo per molti versi ambiguo, descrive lo stato di un’integrità recuperata.

In epoca faraonica, ad esempio, rappresentava l’eterno rinnovamento della regalità divina del re dei re. In astronomia, invece, è il simbolo della luna fa riferimento al crescente completamento della Luna.

Secondo la SAGKB, quindi, si può affermare che:

Ovunque uno stato di debolezza o fallimento può  minare l’ordine naturale delle cose, l’immagine dell’icona stabilizza (con la sua forza di protezione magica) il corso giusto e, come messaggio di speranza, rafforza la fede del pensiero al restauro di un’armonia universale.

Mitologia di un’icona.

Ma dove trae origine il mito?

Si narrava che in un tempo antichissimo, l’Egitto era governato dal dio Osiride. Questi aveva un fratello, Seth, e due sorelle, Iside e Nefti. Un giorno Seth, geloso del fratello, lo uccise a tradimento e ne nascose il corpo.

Iside, sorella e sposa di Osiride, andò in cerca del corpo e, dopo che lo ebbe trovato, grazie alle sue arti magiche, riuscì a rimanere incinta del dio morto. Non contento, Seth riuscì ad entrare in possesso del corpo del fratello e lo ridusse in quattordici pezzi, che furono sparsi nei sette rami del Delta del Nilo.

Aiutata dalla sorella, Iside riuscì a ricomporre le parti del corpo di Osiride e a resuscitarlo con l’aiuto del dio Anubi. Ma Osiride, non potendo rimanere sulla terra, diventò il re del regno dei morti.

Il figlio di Osiride e Iside, Horus, fu così cresciuto dalla madre in gran segreto nei papireti del Delta. Una volta adulto, Horus spodestò il crudele zio Seth dal trono.

Grazie al costante aiuto della madre e dopo una lotta in cui perse un occhio, la definitiva vittoria su Seth, permise a Horus di diventare il nuovo sovrano di tutto l’Egitto.

Dal mito di Horus al metodo VIC

Ben prima che la recente tradizione massonica facesse largo utilizzo di questo mito, spesso associandolo all’inquietante instaurazione di un “nuovo ordine mondiale”, l’Occhio di Horus veniva rappresentato non solo come amuleto protettivo, ma anche per indicare a quale parte del cervello si doveva fare affidamento per  particolari “lavori interiori”.

Durante la scoperta del proprio Sè superiore, infatti, si faceva riferimento all’Occhio di Horus per segnalare che chi lo esponeva era “sveglio e cosciente” nella realtà in cui si trova. Proprio come lo stato in cui si trova la persona quando immagina.

L’Occhio di Horus, quindi, ha sempre svolto una particolare funzione protettiva, di memore nei riguardi della psiche, che verrà attivata per restare “all’erta” così da sfuggire da eventuali attacchi esterni.

Anche nella sua riproduzione grafica, il disegno dell’Occhio tiene conto di sei rappresentazioni, ognuna con uno specifico significato:

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– 1/2  rappresenta l’odore ( forma di naso al lato dell’occhio)
– 1/4 rappresenta la vista e la luce (pupilla)
– 1/8 rappresenta  il pensiero (sopracciglio)
– 1/16 rappresenta l’udito (freccia sul lato dell’occhio che punta verso l’orecchio)
– 1/32 rappresenta il gusto, il germogliare del frumento (coda curva)
– 1/64 rappresenta il tatto (piede che tocca terra)

Tutti questi elementi si ritrovano oggi nell’applicazione del metodo VIC attraverso il coinvolgimento di tutti i sensi nel processo di elaborazione.

Nel corso del Vissuto Immaginativo Catatimico (VIC), infatti, il paziente viene accompagnato dal terapeuta durante l’immaginazione: scene e vicissitudini si sviluppano spontaneamente e il paziente descrive ciò che si svolge davanti al suo occhio interno, raccontando quello che osserva, vede, prova, tocca, sente, odora o assapora.

Gli stati d’animo interni e i modelli operativi interni (MOI) emergono in modo nitido, attraverso parole e disegni, permettendo al terapeuta un accompagnamento empatico verso il confronto con contenuti simbolici carichi di significati e di emozioni.

L’elaborazione del vissuto finisce così per costituire nuove “esperienze emozionali correttive”, utili a formare comportamenti coscienti adatti alla risoluzione di problemi e benefici nella gestione della vita quotidiana.

Oggi, il metodo VIC è largamente utilizzato – in forma individuale, di coppia o di gruppo – sia nel trattamento di disturbi nevrotici, funzionali e psicosomatici che all’interno di percorsi di cura di malattie o traumi invalidanti. Inoltre è fortemente efficace in ambito creativo, per sradicare blocchi espressivi o favorire azioni di sostegno, coaching e supervisione.

Un “occhio” aperto al mondo dell’immaginazione, ma sempre “vigile” per proteggere la nostra psiche e il nostro equilibrio interiore.

Vuoi sapere come applicare il metodo VIC nei percorsi terapeutici?

Scrivimi a info@marisamartinelli.it.

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